(dis)connessioni temporanee

gennaio 25, 2008

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Priva di un computer che sia degno di chiamarsi tale da fine Novembre, spero che ormai questa anomalia abbia i giorni contati, che veramente non ne posso più. Questo guasto mi ha costretta a tornare ad utilizzare un pc fisso che ormai era lì solo a prendere polvere da tre anni, la sua funzione era diventata quella di un archivio dati e da un paio di mesi mi sono ricordata perché: impossibile utilizzare programmi di grafica e tantomeno connettersi ad internet nonostante svariate formattazioni del sistema. Ma un lato positivo nelle situazioni c’è sempre, ne sono convinta, si fa solo fatica a volte a scovarlo giacché non poi così evidente. Ho avuto tempo. Tempo la sera per riappropriarmi di ciò che mi piace fare. Ho letto molto e scritto altrettanto senza l’ausilio di tasti ma solo di inchiostro, ho avuto modo di iniziare a mettere mano su un’idea che da tempo mi girava in testa e che aspettava solamente che mi decidessi a darle forma concreta, anzi, parole concrete. Nel frattempo è finito un anno che potrei definire a fasi alterne, proprio come quando si salta su uno di quei tappeti elastici che ti rimbalzano dall’alto in basso, un momento sei giù, più in basso di quanto mai avresti creduto possibile e il momento dopo sei lì in alto a goderti la vita come non ti saresti aspettata. Ho chiuso definitivamente un capitolo al quale mancava un epilogo, niente storie a lieto fine, come nei film scacciapensieri, ma realtà da accettare e lasciarsi alle spalle. Con qualcosa di più che un pizzico di rabbia che però mi è servita a reagire e a scoprire che sono forte aldilà delle aspettative. E ne è iniziato uno nuovo senza quasi che me ne accorgessi, che a me le date e i festeggiamenti convenzionali non sono mai piaciuti. Gli spazi sono lì, in attesa di essere riempiti. Basta solo trovare il modo di farlo.

 

In ordine sparso:

 

ho da poco saputo che quest’anno la mia migliore amica (nonostante l’allontanamento l’affetto nei suoi confronti è sempre tanto, tanto e forte) ha deciso di sposarsi. Ho scoperto un ristorante giapponese a Ponte Milvio dove mangerei tutte le sere, portafoglio permettendo. Domani si parte per Parigi e ho voglia di godermela tutta quella città. Sono ingrassata due chili da quando ho riniziato ad allenarmi in maniera seria in piscina, forse dal prossimo mese inizieranno anche le sessioni di allenamento la mattina presto. Girando fra le stazioni radio ne ho trovata una che trasmette musica che mi fa impazzire, una radio sconosciuta e per questo mi piace ancora di più. Ho finalmente comprato il cavalletto della macchinetta fotografica. Ho avuto il coraggio di andare dal parrucchiere con una foto di Paris Hilton strappata da una rivista della figlia di mio fratello solo perché il suo nuovo taglio di capelli era esattamente quello che volevo io. Mi sono vergognata però come una ladra quando l’ho tirata fuori.

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Bagliori oltre l’angolo

novembre 24, 2007

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Poi lungo la strada mi capita di girare la testa e rimanere per qualche minuto a fissare un uomo che alle quattro di notte sta incollando, pezzo dopo pezzo, un cartellone pubblicitario. Ogni striscia è un’incognita in meno nel puzzle che sta pazientemente componendo sotto questo cielo scuro. Il semaforo a cui sono ferma nel frattempo ha già alternato diversi verdi e rossi ma nessuno sembra essersi accorto della mia scatola azzurra lì ferma, visto che questa strada è deserta a quanto pare. C’è una nuova canzone che per la terza volta di seguito risuona qui dentro, traccia 10 di questo nuovo cd uscito ed ascoltato oggi per la prima volta, infilato velocemente in borsa prima di uscire, mi ha accompagnata lungo le strade della città. Ed ora, al terzo ascolto poggio l’attenzione sulle parole “Dopo aver permesso al tempo di giudicare, stringo le mie spalle senza niente da dire”, che di significati ce n’è sempre bisogno. Una bella settimana quella appena passata, con le persone a cui voglio bene in giro per le atmosfere mutevoli di Barcellona, a emozionarmi per le linee apparentemente caotiche di un Architetto come Gaudì, così lontano dalla mia di idea di Architettura, senza troppe ridondanze e che punti all’essenziale. E tutte quelle luci così sapientemente utilizzate me l’hanno fatta amare di notte, quasi come se tutti quei palazzi vivessero di uno spessore differente senza la luce del sole. E fra quei vicoli, alla ricerca del mercato di Santa Caterina, sono rimasta folgorata da un minuscolo laboratorio d’arte, lì fuori a guardare le opere appese ai muri fino a che il ragazzo che era dentro mi fa segno di entrare, con le mani tutte sporche di colore si presenta e scopro che è italiano e sono due anni che vive e lavora lì. Il suo colore preferito è il blu, perfetto per le nuove pareti della mia stanza, qualcuno dei suoi bellissimi quadri sarà il mio personale regalo di Natale che mi concederò. Devo solo decidere le dimensioni e poi lasciare che la sua creatività si esprima. –E’ probabile che non la facciano ripartire in aeroporto- E’ questo ciò che mi è stato detto dalla Polizia e dal Consolato italiano dopo essere rimasta senza documenti a causa del furto del portafoglio appena arrivata in città. Un’avventura un po’ differente quindi, tre gironi passati senza sapere se mi avrebbero imbarcato sul volo di ritorno. Un bel modo di sentirsi una senza identità. Poi, dopo qualche storia, alla fine l’hostess di terra ha stampato il mio biglietto e indubbiamente più sollevata, mi sono ritrovata su in alto, di nuovo in direzione Roma. Peccato solo per una “compagna di viaggio” che non è più partita con noi, sarebbe stato davvero bello perdersi di nuovo insieme a lei come quest’estate, due stordite che forse avevano smarrito il loro polo magnetico. Ed ora, prossima tappa Parigi fra un mese e mezzo, nella speranza di non smarrire nulla stavolta. Luna piena in scena stanotte, tutta lì da assaporare, in mezzo a queste nuvole forse ancora di più.

 

Le tue dita fredde puntano sul mio cuore
Le tue labbra strette sono un taglio sottile
Stringo le mie spalle senza niente da dire.
Si alza la corrente e ora ti vedo svanire
Un punto all’orizzonte di una riva sottile
Le onde son già cariche di cose da dire.

Soffia sui miei alibi, soffia sui rimpianti
Il vento soffia e scivola sul tempo che ci resta.
Soffia sui tuoi alibi,
soffia sui rimpianti
Il vento scorre e porta via
il tempo che ci resta.

Dopo aver guardato affondare il tuo cuore
Dopo aver permesso al tempo di giudicare
Stringo le mie spalle senza niente da dire.

Piove sui miei alibi, piove sui rimpianti
L’acqua scorre e scivola sul tempo che ci resta.
Piove sui tuoi alibi, piove
sui rimpianti
L’acqua scorre e porta via
il tempo che ci resta.

Scorre sui tuoi alibi, scorre sui rimpianti
Scorre su di noi
Scorre sui tuoi alibi, scorre
sui rimpianti
Scorre su di noi

 

(Alibi – Subsonica)

Stanze vuote e nuove tinte in arrivo

novembre 9, 2007

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Solo un letto blu in mezzo alla stanza, un computer portatile poggiato in terra e un armadio vuoto. Nient’altro. Nell’aria risuona la voce calda di Jane Monheit ed è strano come il suono cambi in questa stanza quasi vuota, una melodia così rilassante che concilia l’abbandono e il peregrinare dei pensieri su cieli leggeri. Una intensa tonalità di celeste è quella che hai scelto e che una pennellata dopo l’altra ricoprirà queste pareti ora spoglie su cui macchie rettangolari più scure ti ricordano i quadri e le foto che fino a qualche giorno fa c’erano appese. Ed è un po’ come voltare pagina quest’aria di rinnovamento che da un po’ vive con te, scatoloni pieni di oggetti che probabilmente non torneranno tutti nel loro posto originario, pulizie di Primavera in pieno Autunno, stranezze. E poco importa se fuori la temperatura si aggira intorno ai 10°, c’è il sole alto lo stesso, no? Orizzonti che bruciano in fretta e certezze che si spostano dai loro piedistalli perché sei tu che quei piedistalli hai deciso di spostarli. Ok, dov’è che si morde? E ti piace questa nuova sensazione, la stessa che hai provato qualche settimana fa, quando uscita dal parrucchiere hai di nuovo sentito dopo qualche anno il freddo sul collo ormai libero da lunghi capelli che lo coprissero e che avevi voglia di lasciarti indietro: una trentina di centimetri di sottili fili biondi che cadevano intorno a te mentre le forbici affondavano i loro colpi. Mai come stavolta avevi sul serio la voglia di vederti diversa. Recuperata l’aria da maschiaccio e più sbarazzina di prima ti piaci davvero tanto quando camminando per strada distrattamente vedi la tua immagine riflessa su qualche vetrina.

West coast’s roads

ottobre 16, 2007

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Iniziano sempre da lontano i viaggi, come se così veramente riuscissi a goderteli un po’ di più. Il mio è iniziato a 500 Km da qui, col rumore di una bottiglietta d’acqua che rotolava in mezzo alla strada e una brezza fresca di un’alba d’Agosto. Dentro la mia felpa che mi copriva giù fino
alle dita lasciando scoperte solo le unghie, ero in attesa di un bus per l’aeroporto su una strada che di ricordi ne scatenava sin troppi dentro la mia testa. Percezioni altalenanti in treno, chiudere gli occhi e riaprirli in stazioni che si portano dietro sensazioni conosciute, non ci avevo pensato in effetti che in fondo quella sarebbe stata la prima volta di nuovo su quel percorso dall’inizio di Luglio. Avevo solo voglia di sentire il rumore dei carrelli dell’aereo che si staccassero da terra, lì sul serio mi sarei sentita libera, pronta per il viaggio, pronta per un’avventura tutta da scoprire a migliaia di chilometri da qui. Allora via. E dopo una ventina di ore ritrovarsi in un’altra dimensione, fra persone nuove e tutte da conoscere. Ci ho messo qualche giorno a rendermene conto, dovevo depurarmi prima, poi pian piano quel tempo che saettava impazzito ha iniziato a calmarsi e finalmente la mia tregua è iniziata. Il dilatarsi delle ore e dei giorni, l’ho capito infine, in fondo è davvero possibile. E dopo tre giorni che sono lì mi sembra già una vita, lo scorrere dei paesaggi lungo quelle strade mi stava davvero entrando negli occhi, giù fino in fondo, fino ad assorbire ogni particolare perché già sapevo che ci avrei messo un po’ a metabolizzare tutto, ma era giusto così, sarà la mia piccola scorta per i prossimi mesi. Ora so cosa significhi rimanere senza fiato davanti alla natura, l’ho provato un pomeriggio nel deserto, come se un’immagine davanti a me riuscisse a svuotare la testa, guardare e svuotare, sempre di più, fino a quando il filo diretto fra occhi e cervello diventa invisibile. Notti lunghe in un motel nel quale non riesco a dormire a dovere per chissà quale motivo, aprire gli occhi nel cuore della notte e non riuscire più a chiuderli, aspettare fino al suono della sveglia per poter giustificare la mia veglia. Poi le notti sono tornate ad essere brevi, intrise di sonno e di normalità, proprio come speravo. E’ bastato solo qualche giorno e tanto star bene che man mano accumulavo. E poi viaggiare in direzione South, giù fino a San Diego per scoprire l’Oceano nel quale avevo voglia di immergermi fino alla testa. E risalire. Essere una spugna, ecco cosa. Assorbire e assorbire ancora. Fino alla saturazione. Fino a quando non rimanga un solo poro libero. 72 sono le miglia in un deserto di notte, senza incrociare altri fari che fendano il buio, un cielo, una mezza luna e delle stelle assurde, se mai così si possano definire. Pori saturi sempre di più, uno ad uno. Una distesa di sale che col sole mi avrebbe accecato, montagne di sabbia, pori su pori. Si va, si va ancora, stavolta direzione North, e mare, e risate, e divertimento. E scoprire. Di sensi ne hai cinque e vuoi che siano tutti attivi. Perché lo spettacolo di una spiaggia che improvvisa ti compare davanti quando ancora sei immersa in una fitta vegetazione davvero non lo puoi dimenticare. Tre scemi lì seduti sulla sabbia che guardano davanti a loro, forse quelle nuvole la rendevano ancora più bella, non fosse altro perché davvero era semideserta, come fosse sul serio tutta per noi. Ora che sono di nuovo qui ho tre pietre sulla scrivania, una rossa, una verde e un pezzo di sale provenienti dalla Death Valley, sono lì, davanti ai miei occhi per non farmi dimenticare. Tre pietre sulla scrivania e un cent che una macchinetta ha schiacciato per me fino a renderlo ovale e a inciderci sopra dei delfini. E’ dentro il mio portafogli, sempre con me, un piccolo pezzo di un’esperienza che ti ha fatto ritrovare i colori proprio quando pensavi di averli smarriti.

Cuore nero

luglio 10, 2007

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Affila bene le tue lame, preparale con cura, rendile lucide, più lucide che si può. Accarezzale e non usarle, tienile pronte, sai che possono far male, più di qualsiasi altra lama. Rigiratele ignaro fra le mani per tutto questo tempo, nascondile bene e metti su la faccia dell’innocente. Innocente e innamorato. Poi, senza che tu lo voglia, perché i tuoi piani erano altri, o si se erano altri, tirale fuori e colpisci a cuore aperto, dritto lì, senza esitazione, e rigirale, vai a fondo, più a fondo che si può, fai male, fallo pure. Fai crollare castelli, infierisci finché puoi, diventa un alieno e non più un uomo con dei sentimenti. Fai pure, è solo di vite umane che stiamo parlando se non te ne fossi accorto. Prendile queste vite, giocaci pure a tuo piacimento, rivoltale, sconvolgile e non pensare alle conseguenze. Perché tu quelle conseguenze non le vivrai, non sarai lì a vedere cosa succederà, come e quanto ci vorrà per raccoglierla quella vita. La mia. Nero. Nessun colore qui con me. Nero. Accavallo pensieri che non riescono a fluire. Metabolizzare, è questo che devo fare, metabolizzare. E dormire. E mangiare. E non pensare. Finora ho perso, non sono riuscita a fare nulla di tutto ciò, ho paura di arrivare a quel momento in cui la rabbia cederà il posto alla tristezza e alla consapevolezza. Ho paura del buio e della solitudine che c’è dentro una stanza quando vai a dormire, sola con te stessa. E non c’è formula chimica che tenga, quel momento arriverà. Per ora ho solo lame dentro, nessun respiro, nessun movimento. Nero, solo nero dentro.

Le pietre del Rock rotolano ancora

luglio 8, 2007

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Quando arrivo lì il palco è già montato. Sono le 14:00 e tutto è pronto per lo show che fra poche ore prenderà il via in questo stadio. Una veloce occhiata dalla tribuna d’onore della Montemario e poi la macchina organizzativa coinvolge anche noi. Pantaloni neri, t-shirt bianca, scarpe bassissime per fortuna e badge di riconoscimento al collo. Ci spiegano quale sarà il nostro ruolo da lì fino alle 21:30, e poi, tutto sommato, il tempo scivola via veloce. I tecnici e i registi del backstage sono tutta gente alla mano, spontanei nella loro americanità, -contenti- dicono, di essere in Italia. Unica loro tappa Roma, qui allo stadio Olimpico, stasera. Hanno già girato mezza Europa i signori del Rock e finalmente sono qui. Tutto scorre liscio e le 21:30 si avvicinano, tanti stranieri venuti apposta per loro, gente da tutto il mondo e da tutta Italia piano piano riempie i posti a sedere anche sul prato. La band supporter inonda di note gli ultimi momenti, ancora poco e poi sul palco ci saranno loro, i Rolling Stones. Peccato, da italiani ci siamo fatti riconoscere anche stavolta, sono quasi le nove e tutto si consuma in pochi minuti, da un punto dei distinti della curva Nord succede l’imprevisto, i fans sfondano le barriere e invadono il prato, lì dove ci sono le platee numerate. Davvero una brutta immagine, soprattutto perché nessuno è intervenuto per fare nulla, gente incredula seduta nelle platee adagiate sul campo che non capisce bene cosa stia succedendo, stranieri che ci domandano stupiti cosa succederà ora e noi che non riusciamo a dare risposte. Poi però lo show inizia, inizia lo stesso, inizia nonostante tutto. Lo stadio non è pieno così come me lo aspettavo, ma i fans che sono lì, ci sono col cuore oltreché con le orecchie. “Start me up” dà il via a due ore di rock di quello puro, di quello che in fondo non ti aspetti da una band di sessantenni. Mike Jagger ha una carica che trascina, corre e salta come fosse un ventenne, che se anche non conosci tutte le canzoni, ti lasci trasportare lo stesso. Poi, tutto d’un tratto te li ritrovi lì, a pochi metri, in mezzo al pubblico grazie a una passerella che porta un pezzo di palco tra la gente. E’ il delirio. Loro caricano i fans e i fans rispondono di dovere. Mr Jagger poi stupisce tutti con lo sforzo non solo di salutare in italiano, ma di interagire ogni tanto nella nostra lingua con la folla, dice che è bellissimo essere qui dopo 17 anni. Rock fino alla fine, con tanto di fuochi d’artificio a suggellare il tutto. Migliaia di t-shirt con la linguaccia rossa che li contraddistingue. Dopo stasera non faccio alcuna fatica a pensare che nessun altro simbolo potrebbe descriverli meglio, loro, le pietre che ancora non hanno alcuna intenzione di smettere di rotolare.

Fila 17 posto 13

giugno 30, 2007

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In realtà tutto è iniziato ieri sera alle 23:11. Squilla il telefono e dall’altra parte, in mezzo alla confusione e alle urla che sovrastano tutto, riesci a distinguere il riff iniziale di “Siamo solo noi”, metti il vivavoce e in un attimo sei lì in mezzo anche tu, a cantare e ad emozionarti. La senti tutta e pensi che fra meno di 24 ore su quegli spalti ci sarai anche tu. Per la sesta volta. La terza all’Olimpico. Poi le ore passano, e in fondo passano anche in fretta. Tribuna Monte Mario, settore 3D, fila 17 posto 13. Arrivi e lo stadio è già pieno. Il palco a colpo d’occhio è grande, ci sono monitor su monitor e già immagini che spettacolo sarà quando saranno tutti accesi. Peccato però per questa disposizione di fronte alla tribuna del palco, lo stadio sembra meno gremito e non puoi goderti l’immagine di due tribune e una curva colme all’impossibile di persone così come te le ricordavi. Le urla, gli applausi e poi finalmente tutto è solo suono. Lo Show è iniziato. E che Show. Canzoni che da anni non erano inserite in scaletta, pregio di un concerto che non segue l’uscita di un album, e i più affezionati che non ne hanno dimenticato una singola parola. Assoli di chitarra che come al solito ti fanno venire i brividi. Un concerto lungo lungo, le tue mani che ferme non ci vogliono stare, la tua voce che è un tutt’uno con tutte le altre, un’esplosione di suoni, luci e colori. Come sapevi sarebbe stato.

 

Guarda, guarda là
guarda la città
quante cose che
sembrano più grandi
sembrano pesanti…
guarda quante verità
quante, tutte qua…
Quante, quanti che
corrono felici
guarda nei prati…
Cosa non farei
io non voglio correre
e tu, non riderai
cosa non darei
per stare su una nuvola…

Definitivo

giugno 24, 2007

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Evidentemente non mi riesce proprio pensare a qualcosa che sia definitivo. In realtà non è una novità per me, ma ogni volta che si presenta l’occasione, senza quasi accorgermene, ribadisco il concetto. L’ultima volta Venerdì sera. Un’amica dopo tempo finalmente presenta a tutti il suo ragazzo, ne avevamo sentito parlare tanto da parte sua, ma trovarselo davanti e parlarci è davvero un’altra cosa rispetto a sentire le cronache della loro storia da parte di lei. Piacevole sorpresa comunque, soprattutto per me che forse in modo del tutto sbagliato non ho molte vie di mezzo nel farmi andare a genio le persone, -Mi piaci-, -Non mi piaci-, facile facile. Ma non era di questo che volevo parlare. Del definitivo, ecco si, volevo parlare di questo. –Ad Ottobre andiamo a vivere insieme, abbiamo già trovato casa, manca solo il contratto di affitto e poi ci si comincia ad organizzare seriamente. Peccato non averla potuta comprare però, visti i prezzi proibitivi di Roma!- Ed è qui che ho ribadito il concetto: -Dai, meglio che l’abbiate presa in affitto, così se un giorno decidete di lasciarvi è tutto più semplice!- Lui ha riso di gusto. Lei ha riso, forse un po’ meno spontaneamente. Io non ho riso. Non era una battuta, lo pensavo davvero ciò che è uscito dalla mia bocca, e con questo non voglio dire che magari fra dieci anni loro due non possano essere più insieme, no, intendevo dire che non si può mai dire, nel tempo si cambia e magari il modo di cambiare di una persona non collima col modo di cambiare dell’altra, tutto qui. Sono cinica, lo so. Ma sono anche una a cui piace scommettere, e credo sia proprio qui il fulcro del discorso, in ogni scommessa è insito il rischio di non vincerla, nulla di drammatico, ci saranno nuove scommesse nelle quali impegnarsi e infondere le proprie speranze. Nulla è definitivo. E il fatto di aver rimesso in ballo la questione parlando di un rapporto di coppia è solo un caso. La voglia della scoperta, l’affidarsi all’eccitazione del non conosciuto, del non percorso, sono fondamentali. Il lasciare sempre una via di fuga percorribile, l’essere coscienti che tutto può cambiare nella vita trovo sia un segno di apertura mentale. Non tutti però la pensano così, più vado avanti e più me ne rendo conto, e spiegare questo modo di vedere le cose a qualcuno che mentalmente è agli antipodi da ciò è davvero difficile.

Punta un dito e parti

giugno 12, 2007

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-Prendi una cartina. -…Cosa? -Una cartina, una mappa, insomma hai capito, no? -Si, ma cosa ci devo fare? –tu intanto prendila e non fare storie, poi ti spiego! –Ok, ok… Presa. –Bene, vai sulla Toscana, domani andiamo a pranzo lì! Decidi un posto, uno qualsiasi e ci vediamo lì. Decidere così, all’ultimo momento, senza pensarci su il tempo forse necessario è qualcosa che ti fa assaporare un po’ di più la vita, come se a un certo punto decidessi di morderla. Pranzo a Montepulciano. Bisogna solo prendere un’autostrada ed andare avanti per 184 Km. –Ci vediamo all’ingresso del paese. –Si, ma io non ci sono mai stata! Ma i paesi alla fine non sono mai grandi e trovarsi non è difficile. Non fosse per il mio ormai cronico ritardo nessuno avrebbe aspettato nessuno, mi farò perdonare, facciamo così. Vicoli che non conoscono i rumori di una metropoli fanno da sottofondo a mille parole, parentesi su parentesi aperte e neanche una chiusa, ma è anche quello il bello. E rischiare un bagno perché c’è chi ad un certo punto del pomeriggio decide che è ora di annaffiare i fiori del suo balconcino, poco male, fa caldo, ci saremmo riasciugati in fretta. E quegli 875 metri percorsi a piedi sei volte sei, che alla fine il nano malefico in cima al campanile davvero non lo potevo più vedere, la prossima volta le cose che porto con me le terrò ben strette. Anche i navigatori sbagliano, l’ho sempre pensato, ma se questi errori alla fine generano risate ben vengano. E poi rimboccare l’autostrada direzione Roma, -Si, vado piano! Promesso… Strada buia, voce che se ne sta per andare, tanta stanchezza ma soddisfazione per una giornata che speravo andasse esattamente così.

Si può?

giugno 4, 2007

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Te ne accorgi quando la strada improvvisamente diventa sterrata, niente più asfalto sotto le tue ruote, niente più direzioni da seguire. Ti sei persa. Quasi le due di notte di una Domenica sera e tu di ritorno da una cena nella quale forse un po’ troppo allegramente hai mandato giù qualche bicchiere di vino in più, ad un certo punto ti rendi conto di non sapere più dove ti trovi. E’ da ieri notte che piove, è smesso giusto qualche ora fa ma sia l’aria che la terra sono ancora umide, presa da un leggero brivido di freddo ti tritrovi faccia a faccia col lago e capisci definitivamente che la direzione che avevi preso era quella sbagliata. Una strada che lo costeggia e la calma di un paesaggio non disturbato dall’urbano. Le casse dello stereo che suonano la tua musica e ti rendi conto che non te ne importa nulla di esserti persa. Silenziosa procedi, controluce di paesaggi che non conosci e nella mente sollievo per una serata che temevi. Ci hai messo un pomeriggio intero a scrivere un biglietto di auguri perché le parole quando devono uscire se ne rimangono lì in qualche antro senza alcuna voglia di farsi vedere. Poi però hai concluso con un “Ti voglio bene” perché sai che nonostante il tempo e nonostante gli eventi sarà sempre così, lei ha conosciuto un pezzo di te talmente grande che nessuno le può strappare e far dimenticare, ci si allontana ma poi sono convinta che prima o dopo si torna. Pensi tutto questo mentre cerchi di leggere qualche indicazione stradale che ti riporti su una direzione conosciuta. Poi la trovi e vai. Dritta verso casa.

 

Ps: Lo devo dire, motivi del tutto personali mi spingono ad affermare che la prossima canzone di Renato Zero che sento sarà causa di smadonnamenti di varia natura e forma, non assicuro il mantenimento della calma. E poi, attenti alla gente che gira in scooter di notte, è pericolosa, potrebbe fermarsi e cercare di fare pipì proprio accanto a voi…