Archive for the ‘Varie & eventuali’ Category

Mal di terra

settembre 8, 2008

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E’ una sensazione difficile da spiegare finché non la si prova. Come se tutto fosse capovolto, equilibri che improvvisamente vacillano come mai avresti creduto. Essere in mezzo al mare e sentire che tutto intorno a te è fermo, nulla si muove, nuovi baricentri inspiegabili si appropriano del tuo corpo senza che tu neanche te ne accorga. E poi uscire da quel mare, poggiare i piedi sulla terraferma e pensare improvvisamente che non è poi così ferma come avresti pensato, sentire un dondolio continuo mentre cammini e provare una sensazione di stordimento che ti accompagna per un po’. Mai lo avresti creduto, il mal di terra esiste eccome, lo pensi sorridendo mentre barcolli felice sembrando forse un’ubriaca agli occhi ignari di chi ti vede dall’esterno. E lo sei di certo, ma ubriaca di spensieratezza, tutta quella che ti ha accompagnata in mezzo alle onde ioniche della Grecia su quella barca a vela.

 

Ritrovare una compagna di viaggio pronta per una nuova avventura e scoprire persone splendide con le quali, dopo solo nove giorni, ti sembrava di essere insieme da una vita. Un po’ di timore c’era, lo devo ammettere, un viaggio all’avventura in uno spazio ristretto come quello di una barca in mezzo a sconosciuti, lo sapevamo tutti che alla fine o ci saremmo amati o ci saremmo odiati, che l’essere insieme 24 ore su 24 in un piccolo spazio porta a queste due alternative si sa. E beh, gli abbracci stretti e la malinconia del nostro saluto a fine vacanza la dice lunga sul fatto che l’odio assolutamente non sapevamo manco cosa fosse. Una bella sorpresa, sono stati questo i miei compagni di ciurma, il contorno ideale a paesaggi che rimbombano dentro di me, azzurro così vivo da fare quasi male, nero così buio della notte che finalmente hai capito cosa significhi notte; e gli odori, quello del mare mentre la prua solca le onde ribelli che ti spruzzano contro e ti impregnano la pelle, e i sapori, quello del sale che costantemente sentivi sulle labbra avide.

 

Tutto, perché ogni singolo particolare non fugga via. Non potrai mai, dimenticare dico. Non potrai mai dimenticare un cielo stellato mentre attraccati in rada sulle coste di Itaca hai sentito una voce che scandiva le parole di una splendida poesia di Costantino Kavafis dal titolo omonimo. E ancora mai potrai dimenticare un dito puntato al cielo che ti insegna a riconoscere la costellazione del delfino, piccola in quell’immensità di stelle ma lo stesso bella e preziosa. –E’ la tua costellazione- mi è stato detto, da oggi ogni volta che la rivedrò non potrò fare a meno di sorridere. E le risate, lì sotto coperta a parlare della vita e di tutte le stupidaggini che ci passassero per la testa. E il nuovo nome della nostra barca, nato in una nottata pazza e scritto con lettere greche e del nastro isolante sotto il nome ufficiale sbarrato poi con una croce; ridevano tutti quelli che lo leggevano,

Porcos,e noi ormai avevamo convinto anche lo skipper a chiamarla così. E quel volo, a cento metri da terra, appesi ad un paracadute tirato in alto da un motoscafo, mentre il sole tramontava sotto di noi, tutto era così tremendamente bello che avresti voluto non finisse più davvero.

 

Poi c’è un bracciale, lì sul mio polso sinistro, un intreccio colorato comprato in dieci esemplari tutti uguali. E’ lì sul mio polso ma lo è anche sul vostro. Sarà il segno tangibile che ci unirà tutti anche durante quest’inverno, quando quel mare sarà ormai lontano ma non di certo i suoi ricordi. E intanto domani sera saremo di nuovo tutti insieme, pronti a riabbracciarci fuori dalle onde, il mare stavolta tutto dentro di noi.

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Le amicizie ritrovate

giugno 30, 2008

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Domani sarà una giornata particolare, una di quelle giornate che in fondo non ti saresti aspettata di segnare sulla tua agenda. Ore 21:30 appuntamento per una cena con una persona che non vedi più da cinque anni. L’ultima volta è stato nell’Ottobre del 2003, era il mio compleanno e nonostante qualche incomprensione non direttamente con lei, ma con altre persone del gruppo di amici, ho voluto che ci fosse. Poi non saprei neanche dire bene perché, l’oblio totale. Persa ogni traccia. Per cinque anni. La lei in questione è un’amica dei tempi delle superiori, una compagna di tante vacanze a scoprire la vita che c’è fuori, un sorriso aperto e solare che nascondeva però un carattere complesso che non si è mai rivelato fino in fondo. Era il periodo dei legami ritenuti inossidabili, ognuna di noi stava scegliendo la sua strada ma sapeva che poteva contare sull’altra per ogni eventuale ripensamento. Un gruppo di otto ex compagne di scuola che oltre a condividere i ricordi legati a quei banchi avevano deciso di condividere anche il resto del percorso che le attendeva. Poi, come forse è invitabile che sia, qualcuna di noi si è allontanata. Le strade di questa città sono talmente tante che i percorsi possibili possono non coincidere più. E il gruppo da otto si è dimezzato. Ora siamo in quattro, Amiche come e più di prima, con un bagaglio di esperienze diverse che ci tiene legate l’una all’altra come con dei fili invisibili, lontani i tempi delle scuole superiori, vicini quelli della vita da adulte. Però a lei io in questi cinque anni ogni tanto ci ho pensato, avrei voluto sapere come stava e cosa faceva, ma nulla, l’indolenza umana a volte è più forte di ogni pensiero. Nulla fino a qualche settimana fa, quando, in una calda serata trasteverina si avvicinano al tavolino dove io e un’amica eravamo sedute a bere una birra due ragazzi –Non c’è posto, ci possiamo sedere con voi?- Che l’estate si sa, siamo tutti più simpatici e con la voglia di fare nuove conoscenze. Parlando con loro alla fine un po’ per caso viene fuori che lavorano entrambi per una nota compagnia aerea che proprio non riusciamo a risollevare dal baratro e allora lì si accende la lampadina, anche Lei lavorava per la stessa compagnia, scherzando gli dico che una mia amica che non vedo da un po’ dovrebbe lavorare con loro, e beh alla fine ne viene fuori che non solo la conoscono ma che lavorano esattamente nella stessa area. –Lunedì, appena torno in ufficio, le faccio immediatamente sapere che ti ho conosciuta!- Passa qualche settimana e passa anche il ricordo di quella serata, fino a quando Sabato mattina accendo il mio telefono e trovo un messaggio –Ciao Blue, spero sia ancora questo il tuo numero. Lo so che potrebbe sembrarti strano, ma ho tanta voglia di rivedervi. E’ passato così tanto tempo e sarebbe stupido farne passare dell’altro. Martedì sera a cena?- E così domani sera questo silenzio durato cinque anni verrà interrotto, nuove parole scorreranno allegre fra noi, tanta vita da raccontare e tanta voglia di farlo. Non so che persona mi troverò di fronte, so solo che mi rende così felice poterla avere davanti di nuovo.

Fermo immagine di un inizio d’estate

giugno 3, 2008

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L’ho deciso il giorno in cui ho comprato i biglietti del concerto di Vasco, per me l’Estate di quest’anno sarebbe iniziata quel giorno lì, il 29 Maggio. Ho rubato qualche manciata di giorni in effetti a questa data simbolica, i trenta gradi dello scorso week-end con il suo sole accecante e la voglia di farsi illuminare la pelle da quei raggi mi hanno fregata. E si apre una stagione che aspetto sempre con ansia, lo stare in giro in questa città che amo, durante queste serate interminabili, diventa un placebo a tutto. La “biretta” al solito chiosco di Ponte Milvio accompagnata da chiacchiere leggere fra trentenni un po’ immaturi quali siamo diventa nuovamente un rito, mandi giù un sorso della bionda e strizzi gli occhi felice. –Fammi vedere che scarpe hai- proprio quando tutti hanno poggiato le loro bottiglie vuote sul tavolino –Niente tacchi, perfetto- con la voce di un adolescente spensierato –Chi arriva ultimo dall’altra parte del ponte paga il prossimo giro- Una scena da film, di quelli che ti fanno venire la voglia di vivere, un gruppo di bambini dentro che sfilano correndo con tutto l’impegno possibile dopo una giornata di lavoro lungo questo ponte romano, la gente che sorpresa si fa da parte per lasciarli passare e loro che se ne fregano e corrono, corrono e basta, come se quella corsa li potesse salvare da tutto, come se l’esito delle loro vite dipendesse da quello. E alla fine poco conta chi davvero è arrivato primo, ci saranno altre corse e altri ponti da attraversare, qui sotto questo cielo intenso con il fiato spezzato dallo sforzo ci mettiamo infine a ridere sedendoci per terra. E sei giorni sei vissuti fino all’ultimo sgocciolo di tempo, i due concerti del Blasco visti uno su una tribuna e l’altro rubato con un sorriso agli addetti alla security, un palco non troppo coinvolgente per la verità, molto meglio quello dello scorso anno con effetti scenici più tridimensionali di certo, troppo anni ottanta e troppo statico questo, fatto un ideale fermo immagine gli altri erano tutti uguali al limite con colori differenti. Ma essere lì in mezzo ripaga comunque il prezzo del biglietto, soprattutto con una scaletta improntata alla denuncia sociale, sì, anche con canzoni di venti anni fa, che i problemi sono sempre quelli, triste rendersene conto. E poi il mare e la mega macedonia sotto il sole tiepido delle sette del pomeriggio, il riflesso dorato della pelle e le lentiggini che mi piacciono tanto, alzare il volume con i finestrini abbassati e il vento sferzante da cui ti salvi solo attraverso un paio di occhiali scuri, quella stanchezza che solo ore esposti alla salsedine riescono a darti, restare a casa giusto il tempo di una doccia veloce e poi di nuovo in mezzo alla gente, tutta quella che in questo week-end ha affollato Roma, davvero incredibile quanta ce n’era per Trastevere fino ad orari impossibili. E aspettare paziente che sia lui a prepararti il tuo cocktail, quel barista biondo con i suoi rasta tenuti insieme in una coda, tu con uno sguardo distratto guardavi da un’altra parte in cerca dei tuoi amici e lui prendendoti lo scontrino dalle mani con un sorriso ti dice –Un mojito, giusto?- Sì. Giusto. Un mojito, gli occhi ridevano per me, quasi come un’adolescente non riesco a dire altro, lui con quei suoi occhi chiari che alla fine porgendoti il bicchiere ti dice –Al prossimo, mi raccomando-.

Negli occhi nuovi passi

aprile 6, 2008

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E’ proprio il concetto di stasi che non va d’accordo con il tempo, con il suo scorrere intendo. Le lancette vanno avanti, i mesi e gli anni addirittura, eppure tutto sembra fermo, immobile. Tutto, tu. Cioè Io. E prima o poi deciderò di riniziare a camminare, per ora sto così e qui, a capire quale voglio sia la mia direzione, ma quella vera. Che da fermi non si sta male, anzi, scossoni minimi e assestamenti semplici e gestibili, ma alla fine sai che prima o poi dovrai muoverti, in cerca di un nuovo scopo. Sono poche le persone con cui parlo veramente, mostrando qualcosa in più dell’immagine facile da mostrare, dell’immagine che non fa venire in mente agli altri che dietro possa esserci un carattere più complesso, pieno di sfaccettature che a volte proprio non ne vogliono sapere di venire a galla, tutto più semplice, davvero. La maggior parte sono persone che conosco da una vita, che non hanno bisogno di fartele le domande perché hanno già tutte le risposte, poi ci sono quelle che invece avrai visto giusto un paio di volte e che guardandoti negli occhi ti lasciano senza parole, ti dicono giusto lo stretto indispensabile per aprire un mondo di domande in te “ma tu cos’è che vuoi, Blue? Cosa vuoi davvero dico, e non rispondermi subito, perché non è la risposta che voglio” e beh, io davanti a una domanda così rimango spiazzata. E le parole rimangono lì in quella terra di mezzo, in cui solo gli occhi parlano. E nasce una delle più belle conversazioni che io ricordi, un po’ imbarazzante forse, perché si parlava solo di me, io abile di solito a non dire nulla che vada oltre la scorza del mio essere, stavolta mi sono aperta e quanto è stato liberatorio, perché per me lasciare andare i freni questo significa, lasciar intravvedere la vera me, e non che abbia nulla di particolarmente strano da dire o da confessare. E stasera mi sento più leggera, come se quei passi un po’ li avessi iniziati a fare, che il primo passo è questo, avere l’intenzione di farlo. Guardi i tuoi piedi e sai che sapranno camminare ancora.

 

“Devi fare tutto quello che ti spaventa J.R. Tutto. Non parlo di cose che mettono a rischio la tua vita, ma tutto il resto. Pensa alla paura, decidi subito come affronterai la paura, perché la paura sarà il problema più importante della tua vita, te l’assicuro. La paura sarà il motore di ogni tuo successo, la radice di tutti i tuoi fallimenti, e il dilemma di tutte le storie che ti racconterai su te stesso. E qual è l’unica possibilità che hai di battere la paura? Seguirla. Andarle dietro. Non considerare la paura come il cattivo della storia. Pensala come la tua guida, il tuo pioniere, il tuo Natty Bumpoo.”

 

-Il bar delle grandi speranze- J.R. Moehringer

A migliaia di chilometri da qui

marzo 19, 2008

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Ogni storia ha un suo momento per essere raccontata, ne sono convinta. Come se così, scegliendo il momento giusto intendo, assumesse un’importanza differente. Ci sono dei piccoli stralci di vita che durano pochi istanti ma che ti porti dentro per tanto, li ricordi con tutte e tre le dimensioni, e davvero ti piacerebbe esserci di nuovo dentro se solo fosse possibile. Ecco, il momento di raccontare questa di storia, è arrivato. Se avessi ancora il portafoglio che mi hanno rubato qualche mese fa potrei anche risalire al giorno esatto, stava lì dentro lo scontrino dietro cui avevo appuntato quel nome, uno scontrino su cui c’era il prezzo di un muffin al cioccolato e di un caffè grande. Probabilmente era uno degli ultimi giorni di Agosto o forse uno dei primi di Settembre dello scorso anno, l’ultimo giorno comunque di permanenza a San Francisco. Poche ore dopo avremmo affittato un’altra macchina per tornare a Santa Barbara e goderci ancora una volta l’oceano e i fantastici Club Sandwich di quel chiosco al porto dove lavorava quella cameriera con un viso acqua e sapone che adorava l’Italia. Ultima mattinata nella città dalle mille discese e salite –Ci vediamo all’una al chiosco a Powell station, mangiamo qualcosa e poi torniamo a casa- Stavo cercando di catturare tutto quella mattina lì, c’era un cielo di un azzurro tale da sembrare modificato con un programma di fotoritocco, un’aria calda piacevole e una leggera brezza che faceva muovere le foglie sugli alberi. Attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica scattavo foto perché volevo che il più possibile rimanesse impresso dentro di me, e a quelle foto come un allegato di una mail io mentalmente ci univo odori e sapori, per renderle più vere. All’ora di pranzo in realtà avevo voglia di fare colazione, e così, in quel piazzale antistante l’ingresso della stazione Powell a cui si accede attraverso una scala mobile, ho preso un muffin al cioccolato e un caffè grande. Ed è li che la sento, mentre con gli occhi al cielo per godermene il colore addento il mio muffin e aspetto che il caffè si raffreddi un po’. In questa piazzetta che sembra quasi una stanza senza tetto risuona una melodia che non potrò più dimenticare, una melodia e una voce che mi affascinano all’istante, sono lì e sono circondata da questa musica, come fai a dimenticarti di un momento così? Non avevo idea di chi fosse la voce che cantava, poco male, mi alzo munita di una penna e dello scontrino su cui scrivere, decisa a scoprire chi fosse. C’è un uomo dietro quel bancone, assorto in chissà quali pensieri, pensieri che di sicuro interrompo quando mi avvicino e gli chiedo chi è che canta, lui mi guarda e mi sorride, con uno di quei sorrisi che trasmettono positività, non mi dice nulla e lo vedo che si gira e cerca dentro una borsa da cui poco dopo tira fuori la custodia di un cd –E’ lei! E’ bravissima vero? Sono le note adatte a questa piazza, sembrano cucite addosso a questo luogo- capisco più o meno questo di tutto ciò che lui, nel suo americano veloce, dice. Mi porge il cd e scrivo subito quel nome, Jacqui Naylor – Shelter, lì, su quello scontrino di pochi minuti prima che proprio lui aveva battuto. Torno a sedermi al mio tavolino e continuo assorta ad ascoltare. Poi passa del tempo, il tempo di tornare in Italia, il tempo di ricordarsi di lei e di cercare la sua musica, un jazz caldo che tiene compagnia, strano ascoltarla in questo continente qui, trovo tutti i suoi album tranne uno, proprio Shelter. Bizzarra la vita a volte. Così quelle canzoni lì non le ho più potute sentire, sono rimaste insieme a quel momento in un altro continente a migliaia di chilometri da qui. Di tempo ne passa ancora, tempo in cui hai l’occasione di presentare la sua voce anche a qualcun altro che alla fine scopri si affeziona al suo suono quanto te. E arriva anche il momento in cui lei, in un suo tour in Europa, fa anche una tappa in Italia, inizio di Marzo a Milano. Avrei voluto esserci, sul serio, sarebbe stato bello. Ma un aereo che non mi avrebbe riportato in tempo per lavorare a Roma la mattina seguente me lo ha impedito. Ci è stato quel qualcun altro al posto mio, ed è un po’ come se anche io l’avessi ascoltata, davvero. Lei così carina che ha anche dedicato una canzone che ancora deve uscire a questi suoi inusuali fans italiani. E passa ancora del tempo dopo il suo concerto, fino al giorno in cui nella mia posta trovo la foto della copertina di un cd, lo stesso che avevo visto quel giorno a quel chiosco, Shelter, una copertina con una dedica scritta sopra -Blue milk, see you next time. Jacqui- E allora ripeto, come fai a dimenticarti di un momento così? Il puzzle è ricomposto, potrò riascoltare di nuovo quelle canzoni grazie ad una persona davvero speciale che non finirò mai di ringraziare. Lo avevo detto io che era giunto il momento di raccontarla questa storia.

Emozioni (sub)soniche

marzo 14, 2008

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Le loro onde sonore stavolta sono moltiplicate per due, a distanza di tre mesi le une dalle altre. Due concerti da godere da vicino in occasione del loro ultimo album. Emozioni e carica vitale che ti fa muovere tutta, e ti fa cantare forte anche se sei stonatissima, ma sul serio non importa, canto forte lo stesso, che io la musica me la voglio vivere anche così, anzi, soprattutto così.

 

30 NOVEMBRE

 

Iniziamo dalla fine. Samuel si dà uno slancio e sotto gli occhi increduli di tutti si tuffa letteralmente in mezzo alla gente, proprio come una vera rock-star. Il sogno di chiunque calchi le assi di un palco penso io fra il divertito e il preoccupato. Mandiamo le lancette indietro giusto di un paio d’ore e qualche manciata di minuti: è bastato qualche secondo a far esplodere tutto. A far esplodere di luci il grigiore asettico di un palco vuoto, che in pochi attimi si è rivelato davvero come uno dei più belli, ben studiati e originali che mi sia mai capitato di vedere. A far esplodere di suono un palazzetto dello sport che li inneggiava da almeno mezzora. Poi loro finalmente, poi le loro canzoni e la loro carica. Un album fresco d’uscita di cui si scusano per il ritardo e proprio per questo improntano la scaletta sui loro vecchi pezzi. Energia, è questo che ho sentito mentre cantavo anche io, energia di quella che vorresti non si esaurisse mai. E nel mio personale toto-canzoni in fondo sono stata accontentata. Tre note perché non me ne voglio dimenticare: il particolare riarrangiamento di “Lasciati”, in assoluto uno dei loro pezzi che sento più mio, la carica del tutto elettronica de “Il mio dee-jay” che ha davvero sorpreso tutti ed infine l’espressione indescrivibile di Samuel quando all’attacco della seconda strofa de “Il cielo su Torino” dimentica improvvisamente le parole.

 

7MARZO

 

Ancora loro, in un giorno non qualunque. E’ il compleanno di Samuel oggi, e l’emozione a quel ragazzo lì lo tradisce un po’, niente di meglio da chiedere in fondo. Tre mesi in cui i nuovi testi hanno sedimentato in me e a un paio di loro mi sono veramente affezionata. Esplosione di nuovo, proprio come avrei sperato, l’acustica fa schifo, ma questo lo sapevo già, non è colpa loro, è questo Palalottomatica che imbroglia chi ci suona, ormai lo so. Onde che ti colpiscono in pieno comunque, nessun dolore, no davvero: nessuno. Suono suono e ancora suono, difficile capacitarsi quando finisce che le tue orecchie torneranno vuote, spero di riempirle nuovamente, che per quello sono fatte. Al prossimo live dunque, subsonici.

La testimone della sposa

febbraio 25, 2008

 

Fissata la data. E così ha inizio questo lento conto alla rovescia per quel giorno di fine estate in cui la mia Amica si sposerà. Sono stata un po’ assente in queste ultime settimane in cui la vorticosa onda dei preparativi incede con passo costante verso riva. Ha già scelto il vestito, fissato il ristorante, scelto il fotografo, insomma le cose che in un matrimonio sembrano essere fondamentali. Ha già catapultato tutta se stessa dentro questo importante evento come è giusto che sia, solo io fatico ancora ad abituarmi all’idea. Sarò la sua testimone, lì accanto a lei in quel giorno. Mi ha fatto sentire importante quando me lo ha chiesto, ma importante davvero. E già mi immagino lei con il cuore che le batte alla ricerca di un futuro che ha desiderato a lungo. Come se le paure motrici della vita sul serio le avesse allontanate. E piano piano anche le mie perplessità sul rapporto col suo ragazzo si sono diradate, ho capito che non esiste solo il mio di modo di vivere la vita e ho capito che magari ci sono lati del carattere che si tirano fuori in relazione a chi si ha di fronte. Mi dispiace solo che tutto non sia più come prima, io ancora romanticamente legata all’idea di un’amicizia che col tempo non cambia forma. Ma sono felice, si proprio felice, perché si vede che lei il suo di sogno lo sta realizzando e che in parte di quel sogno vuole che io le sia accanto. Scriverò a mano una ad una tutte le partecipazioni, e forse solo in quel momento mi renderò conto che sta sul serio per succedere. Basta leggere negli occhi di una persona per capire se è felice, se non vedi ombre sai che lo è. Nei suoi ora puoi vedere un orizzonte sereno e mite.

 

I’ve been having dreams and visions
In them you are always standing
Right beside me
I reach out for your hand
To see your arms extending
Outstretched towards me

 

(Wedding song – Tracy Chapman)

In scena, finalmente

febbraio 13, 2008

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Un paio di occhi lucidi e una copia del Macbeth con una bellissima dedica scritta dentro. Ma questa è solo la fine. Gli occhi lucidi sono quelli di mia madre e la dedica scritta dentro il Macbeth è quella della sua insegnante di recitazione. Le ha scritto della sua capacità di giocare e di mettersi in gioco, ed è vero. Non ci credevo fino a quando non l’ho vista su quel palco, tutte le luci spente in sala , silenzio e la sua voce sicura che recitava quelle battute che ormai sapevo a memoria anche io. Quando sono arrivata mio padre era già lì, seduto sulla sua poltrona rossa in seconda fila, emozionato anche lui, non vedeva l’ora che iniziasse. La prima dello spettacolo, quella che attendevamo da mesi, quella su cui non avrei scommesso. “Voglio imparare a recitare, salire su un palco in teatro, diventare un personaggio e farlo vivere dentro di me”. Lo ha detto e lo ha fatto. Ha studiato molto, con impegno e dedizione, mesi di prove, una sfida contro se stessa. Copioni sempre in giro e una nuova luce nei suoi occhi, quella dell’entusiasmo verso qualcosa che hai scelto. Un paio di settimane fa l’ho vista entrare nella mia camera con in mano un foglio arrotolato “La locandina, guarda. Allora è tutto vero, ci siamo quasi. Promettimi che mi dirai la verità, su come reciterò intendo, è importante per me. Non me ne importa nulla del giudizio degli altri, è del tuo che mi interessa” Neanche me lo ricordo cosa le ho risposto, mi ha catapultato in un attimo in un turbine di emozioni, so solo che l’ho abbracciata stretta a me, un abbraccio lungo lungo. E allora come fai a non essere orgogliosa. Mi siedo sulla mia poltrona rossa e aspetto che si spengano le luci della sala, voglio vederla , voglio sentirla, voglio farmi rapire. Buio. E lentamente si aprono quelle tende.

Parallelismi nel vento

febbraio 3, 2008

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Prendi un elemento e usalo come filo conduttore, cercalo nel titolo di un libro e di un film, anzi, lascia che sia lui a trovare te. Già questo potrebbe bastare a rendere singolare la vicenda, ma è solo l’inizio. Il vento. E’ lui l’elemento comune, ma di certo non è l’unico. C’è poi un uomo solo, un uomo che rifugia la sua vita nella scrittura, un uomo innamorato di un amore impossibile. Iniziamo dalle pagine del libro –L’ombra del vento– e finiamo nei fotogrammi di un film –Brucio nel vento-. Ti si affacciano entrambi davanti a poco tempo di distanza l’uno dall’altro, non ne conosci le trame ma ci stai per entrare dentro. Prima il libro, poi il film. Coincidenze. Oppure no. Julian e Tobias amano entrambi una donna, l’unica della loro vita, perché un amore solo basta quando in questo senti di avere trovato tutto ciò che vai cercando. Penélope e Line. Poi il destino, in mezzo a mille anse, fa scoprire a tutti e due che quelle donne altro non sono che loro sorelle. E tu rimani senza parole, cosa centrano questo libro e questo film? Un intrecciarsi di storie con troppi elementi in comune, suggestioni che ti colpiscono. Julian e Tobias, con una sola passione: scrivere. E poi anche quello, il regalo che chi li ama davvero fa ad entrambi: una penna dall’illustre passato; quando nel film hai visto il pacchetto in fondo sapevi già cosa ci fosse dentro, in un singolare gioco in cui tu anticipavi l’accaduto, per vedere davvero quanto quel parallelismo fosse reale. Poi il film finisce e scopri che quello di amore impossibile in realtà cambia il suo corso e diventa reale, in un’altra terra, con un’altra lingua. E lo Julian del libro sembra avere anche lui una seconda possibilità, no, non con la sua Penelope, ma una seconda possibilità di vivere davvero provando di nuovo emozioni: amore, non lo si potrebbe chiamare in maniera differente. Con il dvd fra le mani noti l’ultimo particolare, l’anno d’uscita del film, il 2001, chiaramente lo stesso del libro e ormai davvero non ti stupisci più per questo strano potere del vento.

 

“L’ombra del vento”
Carlos Ruiz Zafon, 2001

 

“Brucio nel vento”
Silvio Soldini, 2001

(dis)connessioni temporanee

gennaio 25, 2008

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Priva di un computer che sia degno di chiamarsi tale da fine Novembre, spero che ormai questa anomalia abbia i giorni contati, che veramente non ne posso più. Questo guasto mi ha costretta a tornare ad utilizzare un pc fisso che ormai era lì solo a prendere polvere da tre anni, la sua funzione era diventata quella di un archivio dati e da un paio di mesi mi sono ricordata perché: impossibile utilizzare programmi di grafica e tantomeno connettersi ad internet nonostante svariate formattazioni del sistema. Ma un lato positivo nelle situazioni c’è sempre, ne sono convinta, si fa solo fatica a volte a scovarlo giacché non poi così evidente. Ho avuto tempo. Tempo la sera per riappropriarmi di ciò che mi piace fare. Ho letto molto e scritto altrettanto senza l’ausilio di tasti ma solo di inchiostro, ho avuto modo di iniziare a mettere mano su un’idea che da tempo mi girava in testa e che aspettava solamente che mi decidessi a darle forma concreta, anzi, parole concrete. Nel frattempo è finito un anno che potrei definire a fasi alterne, proprio come quando si salta su uno di quei tappeti elastici che ti rimbalzano dall’alto in basso, un momento sei giù, più in basso di quanto mai avresti creduto possibile e il momento dopo sei lì in alto a goderti la vita come non ti saresti aspettata. Ho chiuso definitivamente un capitolo al quale mancava un epilogo, niente storie a lieto fine, come nei film scacciapensieri, ma realtà da accettare e lasciarsi alle spalle. Con qualcosa di più che un pizzico di rabbia che però mi è servita a reagire e a scoprire che sono forte aldilà delle aspettative. E ne è iniziato uno nuovo senza quasi che me ne accorgessi, che a me le date e i festeggiamenti convenzionali non sono mai piaciuti. Gli spazi sono lì, in attesa di essere riempiti. Basta solo trovare il modo di farlo.

 

In ordine sparso:

 

ho da poco saputo che quest’anno la mia migliore amica (nonostante l’allontanamento l’affetto nei suoi confronti è sempre tanto, tanto e forte) ha deciso di sposarsi. Ho scoperto un ristorante giapponese a Ponte Milvio dove mangerei tutte le sere, portafoglio permettendo. Domani si parte per Parigi e ho voglia di godermela tutta quella città. Sono ingrassata due chili da quando ho riniziato ad allenarmi in maniera seria in piscina, forse dal prossimo mese inizieranno anche le sessioni di allenamento la mattina presto. Girando fra le stazioni radio ne ho trovata una che trasmette musica che mi fa impazzire, una radio sconosciuta e per questo mi piace ancora di più. Ho finalmente comprato il cavalletto della macchinetta fotografica. Ho avuto il coraggio di andare dal parrucchiere con una foto di Paris Hilton strappata da una rivista della figlia di mio fratello solo perché il suo nuovo taglio di capelli era esattamente quello che volevo io. Mi sono vergognata però come una ladra quando l’ho tirata fuori.