Fermo immagine di un inizio d’estate

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L’ho deciso il giorno in cui ho comprato i biglietti del concerto di Vasco, per me l’Estate di quest’anno sarebbe iniziata quel giorno lì, il 29 Maggio. Ho rubato qualche manciata di giorni in effetti a questa data simbolica, i trenta gradi dello scorso week-end con il suo sole accecante e la voglia di farsi illuminare la pelle da quei raggi mi hanno fregata. E si apre una stagione che aspetto sempre con ansia, lo stare in giro in questa città che amo, durante queste serate interminabili, diventa un placebo a tutto. La “biretta” al solito chiosco di Ponte Milvio accompagnata da chiacchiere leggere fra trentenni un po’ immaturi quali siamo diventa nuovamente un rito, mandi giù un sorso della bionda e strizzi gli occhi felice. –Fammi vedere che scarpe hai- proprio quando tutti hanno poggiato le loro bottiglie vuote sul tavolino –Niente tacchi, perfetto- con la voce di un adolescente spensierato –Chi arriva ultimo dall’altra parte del ponte paga il prossimo giro- Una scena da film, di quelli che ti fanno venire la voglia di vivere, un gruppo di bambini dentro che sfilano correndo con tutto l’impegno possibile dopo una giornata di lavoro lungo questo ponte romano, la gente che sorpresa si fa da parte per lasciarli passare e loro che se ne fregano e corrono, corrono e basta, come se quella corsa li potesse salvare da tutto, come se l’esito delle loro vite dipendesse da quello. E alla fine poco conta chi davvero è arrivato primo, ci saranno altre corse e altri ponti da attraversare, qui sotto questo cielo intenso con il fiato spezzato dallo sforzo ci mettiamo infine a ridere sedendoci per terra. E sei giorni sei vissuti fino all’ultimo sgocciolo di tempo, i due concerti del Blasco visti uno su una tribuna e l’altro rubato con un sorriso agli addetti alla security, un palco non troppo coinvolgente per la verità, molto meglio quello dello scorso anno con effetti scenici più tridimensionali di certo, troppo anni ottanta e troppo statico questo, fatto un ideale fermo immagine gli altri erano tutti uguali al limite con colori differenti. Ma essere lì in mezzo ripaga comunque il prezzo del biglietto, soprattutto con una scaletta improntata alla denuncia sociale, sì, anche con canzoni di venti anni fa, che i problemi sono sempre quelli, triste rendersene conto. E poi il mare e la mega macedonia sotto il sole tiepido delle sette del pomeriggio, il riflesso dorato della pelle e le lentiggini che mi piacciono tanto, alzare il volume con i finestrini abbassati e il vento sferzante da cui ti salvi solo attraverso un paio di occhiali scuri, quella stanchezza che solo ore esposti alla salsedine riescono a darti, restare a casa giusto il tempo di una doccia veloce e poi di nuovo in mezzo alla gente, tutta quella che in questo week-end ha affollato Roma, davvero incredibile quanta ce n’era per Trastevere fino ad orari impossibili. E aspettare paziente che sia lui a prepararti il tuo cocktail, quel barista biondo con i suoi rasta tenuti insieme in una coda, tu con uno sguardo distratto guardavi da un’altra parte in cerca dei tuoi amici e lui prendendoti lo scontrino dalle mani con un sorriso ti dice –Un mojito, giusto?- Sì. Giusto. Un mojito, gli occhi ridevano per me, quasi come un’adolescente non riesco a dire altro, lui con quei suoi occhi chiari che alla fine porgendoti il bicchiere ti dice –Al prossimo, mi raccomando-.

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