Arrivano i russi

Equilibrio_3 Fredda serata quella di ieri nella capitale. Dopo quasi una settimana di temperature che ci avevano fatto illudere che la primavera con un mese e mezzo di anticipo avesse deciso di prevaricare sul compagno inverno, tutti i termometri ci hanno smentito. E’ tornato il freddo, ma loro probabilmente non ne erano dispiaciuti, no, perché i russi ci sono abituati. Anzi, forse gli sarà sembrato di essere un po’ a casa e questo probabilmente li ha aiutati a farsi intimorire di meno dall’esigente pubblico romano che ieri sera ha deciso di andarli a vedere nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica. Niente a che vedere con la sorella “maggiore” Santa Cecilia, la Petrassi  è una sala di dimensioni più contenute, la più piccola fra le tre, ma che può comunque contare quasi 700 posti, un’atmosfera più raccolta e meno dispersiva, di sicuro adatta alla Danza. Si, perché è questo che i russi ci hanno portato, sono venuti fin qui per farci vedere come ballavano, anche se, dopo averli visti mi sembra del tutto riduttivo parlare solo di danza, era molto di più, era teatro, forse è questo il termine più giusto per descrivere quello che ho visto. Una coreografia di Tatiana Baganova, un’ora e mezza di arte contemporanea, uso questo aggettivo perché forse non tutti l’avrebbero apprezzata, non di certo però il pubblico che li ha applauditi lungamente alla fine dello spettacolo. Un unico grande applauso a conclusione, perché durante la rappresentazione non ne avevi il tempo, ti sembrava di interrompere qualcosa anche nei momenti di silenzio, sarebbe sembrata una dissacrazione, almeno per me, ma visto che non ho sentito nessun altro applaudire si vede che non ero l’unica a pensarla così. Loro erano circa una decina, corpi diafani dalla bellezza elegante e regale, con abiti dal sapore bucolico e look non collocabile in nessuna era. Sembrava narrare la storia della “vita”, dei suoi accadimenti e delle sue fasi. Corpi che si intrecciavano fra loro in sinuose pose, corpi distanti a momenti, che sfuggivano l’uno dall’altro perché la vita a volte fa questo. Soffermare l’attenzione sugli eventi, per vedere ciò che accade intorno a noi e non solo dentro di noi. Una scenografia singolare, un fiore  costituito dall’intreccio di un filo in acciaio di cui loro si prendevano cura, un tappetone di quelli su cui fare acrobazie al centro del palco, tutto ruotava intorno a lui, ricordava i piatti cinesi che ruotano, i “Lazy Susan”, da qui il nome dello spettacolo. Tutto un turbinio di movimenti intorno, una performance che ti fa mettere in moto il cervello, perché hai voglia di capire, ed ognuno probabilmente dava il suo significato. Un’esperienza di confine, danza mescolata al teatro, è questo che ci hanno portato dalla fredda Russia, un’esperienza che ripeterei.

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Una Risposta to “Arrivano i russi”

  1. mikayla Says:

    deve essere stato veramente un grande spettacolo!

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